Τα βιβλία του Βαγγέλη Ραπτόπουλου

Diario italiano (traduzione dal greco di Giuseppina Dilillo)

Vanghelis Raptopoulos

Diario italiano

 (traduzione dal greco di Giuseppina Dilillo)

24-26 settembre 2011

Lucerna è una città con un importante passato storico che risale sino all’epoca romana. Il centro è splendido con i suoi stretti vicoli lastricati che si rivelano un labirinto per il visitatore appena arrivato.

Anche se credo di avere il senso dell’orientamento ben acuito, la penultima sera mi sono perso. Tutti gli altri giorni, però, giravo come un indiavolato, senza il minimo problema, come se avessi una bussola naturale, o meglio, per dirla in termini moderni, un GPS naturale.

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Qui e lì, per le stradine del centro, al quale si accede attraverso enormi porte aperte, si vedono iconostasi completamente diverse dalle nostre. Sono poste in alto sui muri (perché non siano raggiungibili dai passanti?), inserite in nicchie protette da un vetro. Fiori di plastica, una lampadina elettrica per la notte e una Madonna, una statua, di solito, e a volte un’icona su uno sfondo di carta argentata stropicciata.

Quello però che mi è saltato subito agli occhi sono gli stendini per il bucato, messi sul lastricato, e questo perché il centro storico di Lucerna è tutt’ora abitato.

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Appena si arriva, e soprattutto se uno proviene dalla Grecia, tutto sembra molto povero e misero all’inizio. Ma poco a poco si cambia idea. Sino alla fine, si comincia a pensare che siamo noi i pretenziosi al limite del ridicolo.

La sensazione di povertà non è dovuta al fatto di trovarsi nel “Nord del Sud”, come dicono di Foggia gli italiani. Mi è impossibile spiegare cosa sia Foggia – dipartimento? provincia? – e cosa sia la Puglia. Non l’ho ancora capito con esattezza. Sembrerebbe che in Italia ci siano due tipi di suddivisioni amministrative e che il nostro «nomòs» sia qualcosa di intermedio.

Comunque sia, Lucera appartiene a questa ripartizione amministrativa e si trova sullo stesso parallelo di Roma (quasi) ma sul lato orientale, rivolta verso la Grecia. Per la precisione, a est si trova la città di Bari, mentre Lucera dista circa due ore di macchina nella direzione opposta: più a meno al centro della zona continentale.

Alla fine, ci si rende conto che lì hanno conservato tutto, mentre noi ci siamo affannati a buttare tutto nelle immondizie per sostituirlo con una vetrina di modernità. Come se le nostre cittadine, un tempo rurali, non avessero niente di valore da conservare, come se dovessimo costruire tutto ex novo.

Sarà forse questo il punto culminante della nostra povertà e miseria (spirituale)? Perché, ovviamente, non esiste partenogenesi nel tardo XX secolo. E poi, cosa rimarrà della nostra vetrina di modernità, quando sarà passata di moda e avrà perso il suo lustro?

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Altre cose che mi hanno colpito. Nel bel mezzo dello scenario rinascimentale del centro di Lucera, il cui stile architettonico tende leggermente verso il barocco (almeno secondo Gaia, di cui parlerò in seguito), vedevo le donne vestite con abiti moderni.

Le italiane, non solo del Sud immagino, conservano un’immagine di forte femminilità. I tacchi alti fanno colpo, persino quelli più facili da portare, che sembrano alti ma hanno la «zeppa». Gioielli di ogni genere, d’oro, d’argento o colorati. Strass ai pantaloni e alle maglie, molti ornamenti. Ma non di cattivo gusto, tutt’altro.

Le donne, qui, grandi e piccole, sono quanto più donne si possa essere.

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Estremamente interessante è stato un documentario di una diecina di minuti che hanno trasmesso l’ultima sera, dal titolo «Il morso della montagna». Il filmato ha ricevuto il primo premio in un festival forse un po’ fuori dalle righe.

In un qualche paesino di montagna, oggi quasi deserto, un’antichissima tradizione aveva contribuito alla diserzione degli abitanti, soprattutto dei maschi. In pieno inverno, quando la neve superava ogni limite, le donne, per due giorni, avevano la possibilità di scegliere gli uomini con cui andare a letto, violando ogni convenzione e sperando così di costringere anche Madre Natura a cambiare e a migliorare le condizioni del tempo.

Dettaglio importante: gli uomini che si dimostravano cattivi amanti o noiosi, erano stigmatizzati con un morso sul collo. A questo scopo, le donne della comunità avevano cura di bere una tisana particolare che riusciva a imprimere come un tatuaggio i segni dei denti sulla gola degli uomini. In modo graduale, il morso smise di essere collegato direttamente alle prestazioni sessuali degli uomini perché le donne cominciarono a farvi ricorso per svariate ragioni, era sufficiente che avessero un precedente con quell’uomo stigmatizzato. Il risultato? Sempre più uomini, vittime del morso-macchia, abbandonavano il paese sino a farlo quasi scomparire dalla carta geografica.

alla fine, la regista ci ha rivelato che il suo documentario non era un documentario! In altri termini, si trattava di un falso, di una finzione. In quanto al festival, che le aveva assegnato il primo premio, era appunto il festival dei falsi documentari, con attori professionisti che interpretavano il ruolo delle persone comuni.

Non dimentichiamo che il tema di quest’anno del IX Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera era proprio questo: la menzogna.

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Un particolare toccante. Urs Vogeli, direttore del Festival (o forse il presidente? ma non cambia molto!) ha ringraziato gli abitanti di Lucera e persino gli alunni delle elementari, per il  contributo economico offerto per la realizzazione del festival di quest’anno.

Ricordo che alla fine di agosto, ho ricevuto un messaggio email di Urs con cui mi informava che purtroppo il Festival rischiava di essere annullato per mancanza di fondi. Un po’ di tempo dopo, però, mi ha fatto sapere che i problemi economici erano stati risolti. Saranno stati quindi gli abitanti a contribuire?

Se si pensa che la crisi economica colpisce in modo duraturo la Grecia e che si trova alle porte dell’Italia, forse l’anno prossimo il Festival di Lucera sarà annullato, chissà!

Spero di essere smentito.

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La neoellenista Gaia Zaccagni (è stata docente presso l’Università di Roma e anche di Cipro, dove attualmente vive) ha curato la mia presentazione e mi ha fatto da interprete a mezzogiorno del sabato 24 settembre nel bel Parco di Lucera.

Gaia, in compagnia della quale sono rimasto sin dal venerdì del suo arrivo in città, è più giovane di me, scrive poesie nella sua e nella nostra lingua e parla il greco meglio di me. Gliel’ho detto un paio di volte con ammirazione e non so se ci abbia creduto, ma lo dicevo seriamente. Nel suo intimo vorrebbe essere, non proprio greca, perché non rinuncerebbe certo alla sua identità italiana, ma ha sicuramente qualcosa che la spinge verso di noi, come il girasole verso il sole, credo.

All’improvviso Gaia ha acquistato un’importanza direi vitale per me. Un po’ perché era la sola persona con cui potevo godere di una completa comunicazione linguistica e un po’ perché era una sorta di ponte che colmava il vuoto di quanto gli altri dicessero in italiano intorno a me, traducendo e riassumendo le loro parole.

Naturalmente, sarei riuscito anche da solo a farmi capire in inglese, ma la maggioranza dei discorsi erano principalmente in lingua italiana, seguita al secondo posto dal francese, mentre l’inglese occupava soltanto un sudato terzo posto, anche perché erano in molti quelli che non lo conoscevano affatto.

E in tutta questa Babele, io rappresentavo una tremenda minoranza linguistica. Nonostante abbia pubblicato più di una ventina di libri, nonostante la lingua, le parole, costituiscano il fulcro intorno al quale gira buona parte della mia vita! È stata quasi una violenza che un tipo mediterraneo come me forse avverte in modo più pesante.

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La cattedrale (che ora non ricordo come si chiamasse, ma a che serve oggi un dato del genere, all’epoca dei motori di ricerca su Internet?) al centro della città, anche se gigantesca, non presenta all’esterno tante di quelle spaventose statue gotiche.

Meno mostri, meno fedeli spaventati. Le cattedrali di Praga o di Amsterdam, per non parlare di quella di Parigi, grondano sgomento dalle loro facciate. Invece qui ci troviamo nel soleggiato Sud.

Abbiamo già detto che si tratta di un festival della letteratura mediterranea.

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Non sono riuscito a visitare né il Teatro Garibaldi con il suo bellissimo soffitto, né il Castello medievale di Federico II (di cui, da quanto ho capito, restano solo le mura di cinta).

Di solito mi annoiano le visite ai musei e ai monumenti storici, preferisco girovagare in una città e vedere, con i miei occhi, la vita quotidiana, moderna. E ho sempre pensato che queste due cose siano un po’ una il contrario dell’altra.

Però, l’ultimo giorno, nel pomeriggio, insieme a un grande gruppo, siamo andati a piedi verso l’anfiteatro romano che si trova a un’estremità della città. Costruito sotto l’imperatore Augusto, e di dimensioni enormi (almeno in rapporto a quanto ci si aspetta di vedere sentendo la parola «anfiteatro»), ci ha fatto venire in mente il recente film di Hollywood con Russell Crowe: «Il gladiatore».

E naturalmente, è impossibile evitare il confronto, o forse il pensiero che gli antichi Greci costruivano teatri e anfiteatri per assistere a opere. Mentre i Romani guardavano uomini ammazzarsi tra di loro o divorati dalle belve. Per questo, i loro anfiteatri, per distinguerli dai nostri, li chiamiamo «arene».

Già solo questo esempio storico dovrebbe insegnarci che la Storia non si muove in avanti, come un continuo percorso verso il Progresso, ma spesso semplicemente torna indietro, verso l’oscuro, là da dove è cominciata.

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Ho provato a dire alcune parole-espressioni nei miei incontri in città. «Grazie, prego, buongiorno, buonanotte, scusa» ecc.

L’inglese non è conosciuto nemmeno dai giovani. Mi è sembrato strano inizialmente, dopo però ci ho preso gusto. La globalizzazione non avanza poi così tanto da queste parti. Invece noi in Grecia, nonostante il nostro antiamericanismo sfegatato, in confronto a loro, siamo completamente americanizzati.

Mi viene ora in mente Urs Vogeli (in parte italiano, in parte svizzero) che è stato dolcissimo. Perché somiglia sorprendentemente a Eric Clapton, soltanto un po’ più magro. Gliel’ho detto alla fine, chiedendo se fossi il primo a farglielo notare.

No, non ero il primo.

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Ho scritto dediche su più di una ventina di copie della «Papessa» (mi riferisco alla versione italiana edita da Crocetti) non solo il mezzogiorno di sabato, alla manifestazione a me dedicata, ma anche negli altri giorni.

Gaia mi ha riferito di aver sentito alcuni che la sera di sabato commentavano il mio intervento («Le menzogne del corpo»). Era piaciuto, diceva, e molto.

Il mezzogiorno di domenica è venuta a cercarmi una coppia di mezza età. Avevano cominciato a leggere il mio romanzo e mi hanno chiesto: «I primi capitoli sono alquanto spinti, – che ne dice Lei, possiamo regalarlo a una nostra amica anziana?»

«Quanti anni ha?» ho chiesto.

«Novanta…»

Ho spiegato allora che a volte siamo noi più giovani a reputare scioccanti alcune cose e le rifiutiamo, e che gli anziani non cessano di essere creature sessuate, oltre al fatto che dentro di loro non si sentono affatto anziani.

Abbiamo riso tutti e tre insieme.

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Infine, domenica sera, una bella ragazza bruna sui vent’anni, che avevo già visto nei giorni precedenti alle manifestazioni, è venuta con il libro della «Papessa» in mano e mi ha chiesto una dedica. Aveva dei grandi occhi, sinceri, ma nello sguardo si notava anche qualcosa di tagliente.

Si chiamava Cecilia, e per un attimo mi sono chiesto se dovevo o non dovevo scriverle come dedica: «Alla bella Cecilia». Ho deciso di non farlo, per non metterla in imbarazzo.

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Lo scrittore turco che partecipava, Nedim Gürsel, è molto tradotto nella nostra lingua (circolano le traduzioni di nove suoi libri, credo, ma non ne ho letto nessuno). Insegna all’università di Parigi, ha ricevuto il premio Ipekçi (premio di Amicizia e di Pace tra Grecia e Turchia), e conosce un sacco di gente in Grecia, da Theodorakis («mi ha abbracciato», mi ha detto, parlando del loro ultimo incontro) alla proprietaria della casa editrice «Exanda», Magda Kotzia, che ha pubblicato alcuni dei suoi libri.

Μi ha chiesto di una nostra cantante, canticchiando una sua canzone: «Elena… na na na … Elena…». La melodia la conoscevo, ma non mi veniva in mente chi la cantasse. Poi all’improvviso mi sono ricordato: Haris Alexiou. Mi ha detto anche che ad Atene è stato ospitato da Kotzia nella sua casa a Patisia, vicino alla piazza Varnàva. Gürzel la pronunciava: «Vàrnava».

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Ad un certo punto, Nedim mi ha chiesto se scrivo libri di viaggi, perché lui lo fa. Anche se ammiro infinitamente gli scritti «Viaggiando (Taxidevontas)» di Kazantzakis (soprattutto «Giappone-Cina» e «Spagna»), mi chiedo se oggigiorno c’è motivo di scrivere letteratura di viaggio.

Certamente è il punto di vista personale che ha maggiore importanza, non le informazioni oggettive, enciclopediche che si trovano anche in una guida turistica. E questo non potrà mai cambiare. Però, viviamo nell’epoca di Internet e di Google. Soprattutto di Google Earth.

Prima di venire a Lucera, ho aperto le pagine di Google Maps e ho visto le immagini tridimensionali forse satellitari. È possibile anche muovere (con il mouse del computer) la videocamera per le strade – una sensazione surreale, come in un film di fantascienza. E così era un po’ come se avessi già visitato la città, quando ci ho messo piede per la prima volta il giovedì e soprattutto la mattina di venerdì quando ho girato da solo per più di due ore.

Una specie di «déjà-vu», che come dice l’omonimo racconto di Stephen King: «quella sensazione che puoi dire soltanto in francese».

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Che significato ha, dunque, un Festival organizzato in Italia, un Festival della Letteratura Mediterranea? Significa forse che, come in tutto il Mediterraneo, le cose, in confronto all’Europa centrale e settentrionale, non sono organizzate.

Ricordo sempre la sorpresa dei corrispondenti stranieri quando vennero nel 2004 in Grecia per seguire i Giochi Olimpici. Scrivevano che sino a un mese prima dell’inaugurazione, niente sembrava pronto e completo. Ma all’ultimo minuto, quasi come per magia, tutto era in ordine. Se pure stentato, alla meglio.

La stessa cosa succede qui. Non appena un problema arrivava al suo culmine, d’un tratto si trovava una qualche soluzione. Perfino per un tipo ansioso come me, che ho ormai superato i cinquanta, è un fatto in qualche modo rassicurante. Non so se avrei mai sopportato il maniacale spirito organizzativo dei Tedeschi, per esempio. In fondo, sono greco, così sono cresciuto e così ho imparato, e non diversamente.

Questo significa Mediterraneo.

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Altri dettagli. È frequente vedere ragazzi e giovani portare l’orecchino. Molto più che in Grecia. Si vede che è una moda. E non si tratta di un cerchietto d’argento, ma di una pietra, di colore blu scuro o nero, di solito.

E ancora, sui balconi, alle ringhiere, legano delle reti di plastica e delle foglie verdi sempre di plastica, quasi come se tralci di edera si fossero arrampicati e avessero infestato le inferriate. Da vicino sembrano di cattiva fattura, ma da lontano rafforzano l’impressione del verde della Natura, che sembra circondare le abitazioni.

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Il divieto di fumare è assoluto, al contrario che da noi, dove, nonostante sia ormai sancito dalla legge, non è riuscito a imporsi e sostanzialmente non è mai stato applicato, forse a causa della crisi economica. Intendo dire che sotto altre condizioni forse le Autorità avrebbero insistito maggiormente sul divieto di fumare. Ora, però, non è facile dire ai  proprietari di ristoranti, bar o caffetterie, disperati per il sottolavoro e per le batoste fiscali, che devono scacciare ancora altri clienti. Si avventerebbero con morsi alla gola contro i poliziotti.

Però, da quanto mi hanno detto, anche in Italia, quando il divieto di fumare fu imposto in modo quasi brusco, senza la minima reazione da parte dei cittadini, non è avvenuto perché i mediterranei e indisciplinati (come noi) italiani fossero diventati all’improvviso ubbidienti e docili. L’hanno accettato perché l’hanno voluto, altrimenti il divieto non si sarebbe imposto, così come non si sono imposte, dicono, molte altre cose (per esempio,  parlare al cellulare mentre si guida).

La stessa cosa è successa da noi per le cinture di sicurezza nelle macchine. I Greci si sono adeguati immediatamente a questo divieto e hanno cominciato subito ad allacciare le cinture senza eccezioni, quasi come se si fossero convinti che, come diceva un noto slogan, «Allacciarsi le cinture, ti allaccia alla vita».

Forse, per noi, anche il fumo ci allaccia alla vita?

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Lo scrittore francese di romanzi polizieschi Gilles Del Pappas (greco a metà, da parte di padre, da cui il cognome) vive a Marsiglia. E gli parlavo del suo compaesano Jean Claude Izzo («Trilogia marsigliese»), che per quanto ne sappia, ha lettori fanatici in Grecia.

«Ne ha dappertutto!» mi ha detto Del Pappas. «Ed è conosciuto in quasi tutto il mondo. Eravamo amici, e quando è morto ― fumava tre pacchetti di Gauloises al giorno, e gli è venuto il cancro ―, quando l’ho visto “con i piedi in avanti” … ho smesso subito di fumare!»

Parole davvero dell’ultimo momento, a Bari, poco prima di salire sull’aeroplano per Roma.

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Scrivo queste ultime (?) righe all’aeroporto di Roma, a Fiumicino.

Non dimentico le “platìes” e le “plateìtses” (al singolare: «piazza» e «piazzetta»), di cui è ricco il centro storico di Lucerna, e dove di solito avevano luogo le manifestazioni del Festival: discorsi e dibattiti, proiezioni di fotografie e brevi filmati, concerti con strumenti tradizionali, e la danza Sufi, eseguita da una marocchina che, se non erro, vive a Firenze. Sistemavano sedie di plastica, come quelle che in Grecia sono vendute dagli zingari, e spesso c’erano persone anche in piedi. Da quanto ho sentito, il pubblico non era costituito solo dagli abitanti di Lucera, ma anche da studenti provenienti da varie sedi universitarie italiane.

Queste piazze erano circondate da edifici e sentivamo gli abitanti parlare, gridare ai bambini, o li vedevamo muoversi nelle loro stanze e nelle loro cucine. Una dolce, calda sensazione di umanità, anche se non c’era la possibilità della traduzione, e quindi non riuscivo a capire nemmeno una parola, oppure dovevo aspettare che mi traducessero o mi facessero un sunto di quanto dicessero.

Qualcos’altro degno di nota: i cortili chiusi, con dentro le auto parcheggiate e i panni stesi ai fili o agli stendini. Di solito ci sono grandi ingressi ad arco o cancelli a più ante.

Nelle piazze, le panchine (e anche le scalinate delle chiese) erano piene di gente. Contrariamente a noi greci che evitiamo di sederci in luoghi pubblici, quasi fosse una vergogna. O almeno, non lo facciamo con la stessa facilità. E non parlo dei posti a sedere dei locali all’aperto, ovvio.

Anch’io mi sono messo a sedere, molte volte e con molto piacere, sulle panchine, in compagnia di altre persone, a guardare i passanti o a leggere e fumare. Ho bevuto alle fontanelle in strada. La sensazione di piacere era aumentata dal fatto che era ciò che facevano gli abitanti, e avevo l’impressione che la qualità dell’acqua fosse ancora migliore, sopraffina, cosa che non mi è facile spiegare.

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Trovarsi in un paese di cui non si parla la lingua, ed essere perfino costretto a seguire conferenze in quella lingua, è un’esperienza particolare. Il senso dell’osservazione risulta acuito e si notano con estrema intensità dettagli e cose che il privilegio, e la disgrazia insieme, della comunicazione verbale, la maggioranza delle volte ti porta a ignorare.

Una situazione di questo genere rappresenta una specie di esercizio, un po’ come un’imitazione della situazione linguistica in cui si trovano i bambini. O forse anche in altre fasi della crescita sino all’adolescenza, perché a quell’età i codici, tra cui quelli linguistici, sono diversi dai codici degli adulti, per questo i bambini notano cose diverse e comunicano attraverso canali insoliti per noi.

Se si volesse trarre una conclusione, se si volesse interpretare la realtà come metafora, i viaggi in altri luoghi sono ideali. Ma è anche vero che si potrebbe interpretare tutto come  metafora, non solo i viaggi.

Tutto potrebbe diventare letteratura, in fin dei conti, davvero tutto su questa terra, e anche più in là, potrebbe rientrare nel così reale mondo irreale della fantasia.

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È forse un segno? L’inchiostro della penna sta finendo.

«A presto!» Che significa qualcosa tipo «See you soon» degli inglesi o forse come il nostro «Ta léme».

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P.S.

Riporto il breve testo di commiato che ho scritto e letto ieri sera, in una delle piazze dove si svolgeva l’ultima manifestazione. L’ho letto spezzettato, a tratti, in modo che Gaia Zaccagni potesse farne la traduzione via via.

E durante la lettura-traduzione del testo, è cominciata una pioggerellina (una pioggia fine, ma pungente), e da quel momento in poi è piovuto a scrosci, non solo per tutta la notte, ma anche il mattino, presto, quando siamo partiti, in macchina, da Lucera diretti a Bari. Come se la natura ci salutasse.

«Chissà, rimetterò mai piede in questa città?» mi chiedevo nell’auto di Urs, imprigionato per ancora una volta nel mio silenzio, in questo stato di afasia che mi ha colpito in questi giorni in Italia.

Ogni partenza di questo tipo, come è noto, sembra come una piccola morte. E proprio a questo ho cercato di ricollegarmi nel mio testo di commiato, il cui titolo potrebbe essere: «Vera menzogna».

Eccolo:

«Per stasera è ancora tutto vero. Ma domani mattina, salendo sull’aeroplano che mi riporterà ad Atene, sono sicuro che il Festival della Letteratura Mediterranea e Lucerna stessa, mi sembreranno una menzogna.

»Perché proviamo un sentimento di malinconia e di tristezza ogni volta che qualcosa di caro giunge alla fine? La vita è breve, i sentimenti grandi. Come non dispiacersene. Come dice la notissima canzone popolare greca:

Όλα είναι ένα ψέμα

Μια ανάσα μια πνοή

Σαν λουλούδι κάποιο χέρι

Θα μας κόψει μιαν αυγή.

*

[Tutto è una bugia,

Un respiro, un alito.

Come un fiore, una mano

Ci reciderà, un mattino]

»Ringrazio voi tutti, di cuore, che mi avete dato l’occasione, da giovedì scorso sino ad oggi, domenica, di vivere questa vera menzogna».

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Il presente testo, in gran parte, è stato pubblicato sulla rivista Athens Voice, fascicolo 370, 24-30 novembre 2011

L’incredibile storia della Papessa Giovanna (the first five chapters in Italian) | Il single (the first three chapters in Italian) |  Sabbia Grande (the first two chapters in Italian) | IX Festival of Mediterranean Literature in Italy (poster) | Photos from the Festival

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