Τα βιβλία του Βαγγέλη Ραπτόπουλου

IL SINGLE, the first three chapters in Italian

Vanghelis Raptòpulos

Il single*

Romanzo, Kedros Editore, Atene 1993

traduzione di Luigi Casciola

IL TESTO CHE SEGUE È STATO INVIATO A 145 INDIRIZZI.

A CASE EDITRICI, QUOTIDIANI, PERIODICI, STAZIONI RADIO E CANALI TELEVISIVI. A MIEI PARENTI E CONOSCENTI. E ALLA POLIZIA.

SE SEI UN EDITORE, TI SFIDO A PUBBLICARLO.

SE SEI UN GIORNALISTA, CERCA DI SCRIVERE QUEL CHE PUOI SUL TUO GIORNALE IN RELAZIONE A QUESTO CASO. PARLANE DAVANTI AL TUO MICROFONO O ALLA TUA TELECAMERA. SE NON TI È POSSIBILE DEDICARGLI UN INTERO ARTICOLO O UN’INTERA TRASMISSIONE — BASTERÀ UN TUO BREVE COMMENTO.

SE SEI UN SEMPLICE CITTADINO, CERCA DI DIFFONDERE QUESTA STORIA TRA QUANTA PIÙ GENTE PUOI. LA SUA DIFFUSIONE È FORSE L’UNICO MODO AFFINCHÉ NON VI SIANO ALTRE VITTIME.

PORTATE ALLA LUCE LA LORO ATTIVITÀ CLANDESTINA. FATELI CONOSCERE! RENDERE PUBBLICI QUESTI MALVIVENTI È IL MALE PIÙ GRANDE CHE PUOI FARE LORO — IN QUESTO MODO LI NEUTRALIZZI, LI ANNIENTI.

SE ANCHE QUESTO MODO SI RIVELA INEFFICACE (COSA, QUESTA, PIÙ CHE PROBABILE) — ALLORA NON VI RIMANE ALTRA SOLUZIONE CHE DECIDERVI AD INCROCIARE LE BRACCIA E AD AFFIDARVI ALLA LORO MISERICORDIA!

INIZIALMENTE TI AVVICINANO SENZA CHE TU TI RENDA CONTO DI LORO. TI SCELGONO E TI SEGUONO E APPENA PENSANO CHE SIA GIUNTO IL MOMENTO OPPORTUNO: COLPISCONO IL LORO OBIETTIVO.

NON SO DA QUANDO MI AVEVANO MESSO AL CENTRO DEL LORO OBIETTIVO. IL LORO ATTACCO CONTRO DI ME, AD OGNI MODO, SI È MANIFESTATO UN ANNO E MEZZO FA… (RIGUARDO A TUTTO CIÒ, PIÙ AVANTI, NEL TESTO VERO E PROPRIO).

IL TESTO CHE SEGUE, OLTRE AD UN’ACCUSA, È ANCHE UN ESPOSTO/DENUNCIA CHE SPIEGA LE RAGIONI PER LE QUALI HO DECISO DI FARE QUEL CHE AVRÒ GIÀ FATTO QUANDO AVRETE IN MANO VOSTRA UNA DELLE 145 COPIE DI QUESTO TESTO.

SÌ, HO PRESO LE MIE DECISIONI ED HO PROGETTATO IL MIO PIANO.

HO RITENUTO QUESTO MIO GESTO OBBLIGATO.

SARÀ LA DIMOSTRAZIONE ESTREMA, LA CONFERMA PRATICA DI QUANTO HO DETTO.

NELLA PEGGIORE DELLE IPOTESI, QUALCUNO MI CREDERÀ QUANDO SARÀ TROPPO TARDI, QUANDO SENTIRANNO LE CONSEGUENZE DI QUESTA STORIA SULLA LORO PELLE!

*

1

Ecco come ti rendi conto della Loro esistenza: un giorno, inizi di dicembre del 1991, tornai a casa dal lavoro e Sofi era fuori. Se n’era andata; era scomparsa.

Sofi era, fino a quel giorno, mia moglie.

Non l’ho più vista, da allora…

In realtà, la verità è che negli ultimi quattro anni le cose tra noi non andavano poi così bene. Per essere più precisi, la nostra vita stava andando di male in peggio.

Di chi era la colpa, di preciso?

Di tutto e di niente.

Voglio dire, con tutto che ogni coppia ha i suoi problemi particolari — credo che in fondo si tratti di una sorta di sfortuna comune. Alla quale è escluso che si possa sfuggire.

Non spingete: ce n’è per tutti!

Com’è noto, la vita non è un giardino d’infanzia. È un oceano di merda e di quando in quando, se sei abbastanza fortunato, incontri anche qualche isoletta che sembra in qualche modo un paradiso. La permanenza là sopra è concessa solo per poco tempo. Dopo, ti buttano di nuovo in mezzo alla colluvie e… buona fortuna.

Sulla nostra isoletta, dunque, io e Sofi salimmo tempo addietro. Quasi dal momento in cui ci conoscemmo.

Questo dev’essere accaduto tra il 1982 e il 1983. Sofi era nata nel ’60, io sono più grande di lei di circa un anno.

A quell’epoca lavoravamo tutti e due in banca. Semplici impiegati, nella stessa agenzia. Entrambi avevamo cominciato a lavorare dopo il ginnasio (allora non esistevano ancora i licei), e tutti e due nello stesso modo. Suo padre aveva un parente stretto in banca — io, ci lavorava il povero fratello di mio padre, lo zio Kostas. Tutti e due, dunque, avevamo trovato lavoro per mezzo di “raccomandazioni”.

Quante coincidenze ho elencato finora?

Stesso lavoro, stessa agenzia, stesso modo nell’aver trovato impiego.

La quarta coincidenza era questa: eravamo figli unici tutti e due.

E la quinta: proveniva, come me, dalla provincia. Lì eravamo cresciuti, lì vivevano i nostri genitori.

Vivevamo tutti e due, da soli, ad Atene.

Per far sì che nasca una relazione, tutte queste coincidenze giocano un loro ruolo determinante.

Aggiungete ora quel quid, che è sempre oscuro e inspiegabile e senza il quale l’amore non esiste — ed ecco: l’isoletta già si distingue all’orizzonte…

Quale orizzonte?

Eccolo! Di fronte a noi.

Di lì in avanti, cominciammo a far sogni.

Per quattro, cinque anni — non facemmo nient’altro. Credendo che la nostra permanenza sull’Isola dei Sogni sarebbe durata per sempre, ideavamo progetti in continuazione. Un giorno dicevamo di mettere da parte dei soldi per comprare una barca; il giorno dopo progettavamo di girare l’Europa in automobile; il giorno dopo ancora, di comprare una casa di campagna su qualche isola. E così via.

Tutto ciò avrebbe dovuto verificarsi durante i nostri permessi e mettendo insieme i nostri stipendi.

Era mai possibile?

Alla fine, solo un pallido fantasma di tutti quei nostri sogni riuscì a trasformarsi in realtà (come, ad es., il viaggio ad Amsterdam, nel 1985, e varie altre cose di poca importanza).

La nostra vita rimaneva ordinaria e insipida, in relazione ai nostri sogni di grande respiro.

Nessuno osi pensare che io critichi Sofi per questo. E neanche me stesso.

Per tutto questo non c’è un colpevole.

E se proprio se ne dovesse trovare uno — eh, allora si guardi all’oceano di merda, di cui parlavo prima.

Nel 1987 cominciarono a manifestarsi i primi segni, ma nessuno di noi due capì che la nostra permanenza sull’isoletta si avvicinava alla fine.

O forse, invece, lo capivamo tutti e due, e non volevamo confessarlo neppure a noi stessi.

In ogni caso c’era qualcosa come una torpidezza, come uno scoramento, una sensazione di reciproca stanchezza. Come se presentissimo che i nostri progetti non avrebbero mai potuto realizzarsi.

Invece di accettarlo, però, decidemmo di girare di 180 gradi e di andare a sbattere il muso sul muro!

Cosa voglio dire?

Nell’autunno di quell’anno, Sofi smise di prendere la pillola.

Fino ad allora s’intende che ce la spassavamo e che l’idea di fare un figlio era stata rimandata.

Non ci corre dietro nessuno!

Avevamo tutto il tempo davanti a noi — così credevamo. Sofi insisteva che i soldi non bastavano quasi neppure per noi due. Il bambino poteva aspettare ancora un po’. E a parte questo, diceva che voleva parecchi bambini, non uno solo.

E improvvisamente cambiò opinione, e la cambiai anch’io — ci prese letteralmente una mania. Il bambino ci parve allora che sarebbe stato non semplicemente una soluzione, ma LA SOLUZIONE a tutti i nostri problemi.

Passarono due, tre mesi. La cicogna non arrivava. Fino a quando, finalmente, a gennaio Sofi scoprì che aveva un “ritardo”.

Nel febbraio del 1988, mio padre era entrato precipitosamente all’Evanghelismós. Diagnosi: cancro totale.

Quello stesso mese, senza chiedere il mio parere, in segreto e di nascosto (forse anche da se stessa), Sofi abortì.

La disperazione ci si avvicinava a grandi, inesorabili passi.

Prima dell’estate, mio padre si era completamente consumato.

E due mesi dopo il funerale, andò a fargli compagnia (per un attacco cardiaco) anche mia madre.

L’anno successivo fu nero, da ogni punto di vista.

Io soffrii di depressione. Presi complessivamente sei mesi di permesso senza retribuzione. Rimanevo continuamente chiuso in casa e non volevo vedere nessuno. Le pillole che mi aveva ordinato il medico, le prendevo quando ne avevo voglia! Cominciavo a prenderle, improvvisamente smettevo. E di nuovo daccapo. Alla fine, iniziai a bere…

Sì, verso la fine del 1989 credo di aver bevuto così tanto whisky (a quell’epoca non avevo ancora scoperto la vodka), quanto non ne avevo bevuto fino allora in tutta la mia vita!

A capodanno del ’90, giurai di smettere.

Tornai al lavoro e tutto pareva indicare che la tempesta era passata, che i problemi erano rimasti definitivamente dietro le spalle.

Mai più! Mai più!

Con Sofi, però, la faccenda aveva preso una brutta piega.

Stavamo e non stavamo insieme, in un certo senso. Come per abitudine, per inerzia.

Quello stesso anno (nella primavera del 1990), Sofi ottenne il trasferimento nella filiale del nostro quartiere. Lo aveva chiesto lei stessa.

Io rimasi nell’agenzia principale.

Per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti, cominciammo a lavorare lontani, a non uscire insieme al mattino, ad andare ognuno da una parte diversa.

Ci stavamo continuamente allontanando, e perdevamo sempre più il contatto fra di noi — senza parlarne, senza discuterne. Come se non fosse una nostra scelta, come se ce lo avessero imposto le circostanze esterne.

Per un anno e mezzo circa (fino a quel malaugurato giorno alla fine del 1991) vivemmo come due sconosciuti, lontani ed estranei, pienamente indifferenti l’uno nei confronti dell’altro.

Io avevo ricominciato ad occuparmi di fotografia.

Uno o due anni prima di conoscere Sofi, mi ero consacrato con fanatismo a tale «sport», avevo anzi anche organizzato un rudimentale laboratorio nel mio appartamento, dove stampavo fotografie in bianco e nero. Conoscendo Sofi, però, avevo smesso.

Ora, dunque, disseppellii la stampante dal solaio, la piazzai nel ripostiglio (sistemando opportunamente il locale) e mi gettai a capofitto in quella occupazione.

Scattavo pose in casa, piani ravvicinati, oggetti. L’angolo visuale era tale, che di solito distorceva il modello: vedevi la fotografia, poi, e non capivi che cosa raffigurasse di preciso — forma misteriose, strane ed incomprensibili.

Ricordo ancora che presi parte anche ad un concorso, organizzato da una rivista del settore, e i risultati uscirono agli inizi del 1991: la fotografia che avevo mandato ottenne il terzo premio.

A primavera, la rivista realizzò una mostra in una piccola galleria d’arte — vi conobbi varie persone. Sentii commenti elogiativi sul mio lavoro e cominciai a far progetti: di licenziarmi dalla banca e di occuparmi professionalmente di fotografia.

Sogni di una notte d’estate!

Sì. E, in realtà, non sognavo soltanto.

Sognavo e al tempo stesso ero affetto da sonnambulismo, per tutto quel periodo.

Questo, precisamente, rivelarono i fatti, a posteriori.

Mi comportavo da sonnambulo, con le mani tese davanti a me, e mi dirigevo incontenibile verso il baratro.

E Sofi? Che faceva, durante tutto quel periodo? O anche, in definitiva, che cosa credevo io, allora — che cosa intuivo che facesse?

L’unica cosa che sapevo era che usciva con una compagnia femminile: sue amiche.

C’era una tipa antipaticissima, che lei conosceva da parecchio, che le aveva messo in testa l’idea di cominciare a far ginnastica. Un piccolo gruppetto di donne. Sofi aveva portato anche altre due sue colleghe della filiale. La lezione era di un’ora, due o tre volte alla settimana, ma uscivano anche altre volte, tutte insieme, in gruppo.

Questa era l’immagine che mi ero formata (vagamente e confusamente) sulla sua vita, per tutto quel periodo.

Ginnastica ed amiche…

Più tardi, avrei saputo che mi ingannavo miseramente!

Come ho detto da qualche parte anche prima, quel giorno, inizi di dicembre del 1991, tornai a casa dal lavoro e Sofi non era in casa.

Di solito tornava a casa prima di me, e tornando la trovavo lì.

Non avrei però forse capito ancora nulla, una volta di più, se non ci fosse stato quel biglietto sul tavolo della cucina.

Sofi poteva benissimo essere andata da qualche parte, senza che io lo sapessi, poteva essere andata a mangiar fuori con qualcuna delle sue amiche — un milione di cose.

Quelle due parole, però? Scritte su un piccolo pezzetto di carta, col pennarello nero. Colla sua solita scrittura, inclinata e quasi calligrafica:

ACIDO DESOSSIRIBONUCLEICO.

Rimasi di ghiaccio, non appena lo vidi.

All’epoca in cui ci eravamo appena conosciuti, questo era il nostro piccolo, personalissimo gioco.

«Mi ami?», le chiedevo.

E Sofi, spalancando le braccia, rispondeva: «Da qui fino al cielo!»

Poi era lei a domandarmi: «E tu?»

Ed io, sempre sorridendole, pronunciavo, con una pomposità abbastanza sciocca, quelle due parole che avevo imparato a memoria dal ginnasio: «Acido desossiribonucleico».

Nel nostro linguaggio privato, quelle due parole non significavano il DNA ma qualcos’altro, molto più semplice — stupidamente semplice, forse.

Quanti anni erano passati dall’epoca in cui usavamo questa strana parola d’ordine per descrivere il nostro sterminato amore?

Da qui fino al cielo!

In quell’istante, giuro che provai un orribile presentimento. Mi sembrò che il biglietto sopra al tavolo della cucina significasse qualcosa di molto brutto.

Sì, giuro che mi passò sùbito per la testa che Sofi se n’era andata. Per sempre!

Forse si tratta però di quel comune tipo di errore, di quella ben nota deformazione di cui soffre la nostra memoria — forse, cioè, penso oggi, ora che so quali sono stati gli sviluppi della vicenda, di aver capito immediatamente, in quell’attimo, quel che stava acacdendo.

Eppure, no! Giuro che quel doloroso pensiero mi passò per la testa immediatamente dopo che vidi il biglietto.

Non lo so perché, e in fondo in fondo, neppure mi importa saperlo.

Corsi sùbito verso l’armadio. Cercai nei cassetti, cercai dappertutto.

Le sue cose erano al loro posto.

Nulla dava a vedere che Sofi se n’era, di fatto, andata via.

A me, però, l’idea mi si era piantata in testa.

E allora pensai anche un’altra cosa.

Pensai che Sofi avrebbe potuto benissimo essersene andata senza portare con sé neppure un cambio di biancheria intima. C’era però qualcosa che avrebbe portato IN OGNI CASO con sé nel caso che la mia paranoica immaginazione fosse stata fondata.

Vedete, Sofi soffre di tiroide e dovrà, finché vive, prendere una pillola di iodio al giorno.

La boccettina giallognola col tappo bianco di plastica e l’etichetta arancione con su scritto: Thyro ormone 0,1 mg — la lasciava sopra al frigorifero, accanto al ricettario, per ritrovarla ogni mattina.

Corsi come un pazzo in cucina.

Sopra al frigorifero, accanto al ricettario, non c’era niente.

Mi accartocciai sulla seggiola, come se mi avessero tagliate le ginocchia.

Guardavo in successione, ora il biglietto con quelle due parole, sopra al tavolo, ora la superficie sgombra del frigorifero, vicino al ricettario.

La mia testa era pesante, i pensieri offuscati nel mio cervello, e penso che tremassi.

E adesso? Diceva una voce dentro di me. Che farai, adesso?

E immaginarsi che allora non sapevo ancora niente.

Non avevo idea di quel che era accaduto, e men che meno di quel che mi aspettava.

Il Loro attacco contro di me si era già affacciato.

Il giorno successivo, al lavoro, avrei anche avuto il mio primo contatto telefonico con Loro: una breve conversazione.

E poco dopo, nel pomeriggio di quello stesso giorno, avrei dovuto incontrare, fare la conoscenza del Loro inviato, il mio despota, la mia ombra: Juan..

2

Secondo quel che mi disse Juan, le cose andarono come segue…

Per la prima volta in vita sua ci aveva visto insieme (me e Sofi) una sera, dentro un taxi.

Non mi disse quando di preciso, e neppure dove, ma insisteva che ci eravamo incontrati per caso — noi (dice lui) ci trovavamo già in macchina e stavamo passando davanti al punto dove lui stava cercando un taxi.

Mi disse che più tardi, quando noi scendemmo, pagò anche lui e ci imitò e che… di lì in poi cominciò a seguire Sofi.

Non l’avvicinò sùbito, però.

Questo avvenne alla fine, circa tre mesi prima della sua scomparsa, e cioè nel settembre del 1991.

E avvenne fuori, in una via, da qualche parte, al centro di Atene.

Questa via è piena di negozi che vendono abiti da donna, e Sofi stava girando per vetrine.

Juan notò che aveva gli occhi fissi su un pantalone, che era carissimo e che, a quanto pareva, le piaceva molto.

Sofi si era incollata davanti alla vetrina e ad un certo momento aveva fatto per andarsene, ma dopo aver buttato un’occhiata al negozio accanto, si era ritornata ed aveva cominciato a guardare di nuovo quello stesso indumento, come se se ne fosse innamorata!

Dal punto di vista del costo, il pantalone era letteralmente inaccessibile, ma Sofi lo guardava avidamente, con uno sguardo strano, insoddisfatto e al tempo stesso sognante.

Allora anche Juan entrò nel negozio e chiese alla commessa quello stesso indumento. Anzi, per farle capire quale pantalone voleva, furono costretti (lui e la commessa) ad uscir fuori dal negozio, perché lui potesse indicarglielo in vetrina.

Sofi non se n’era ancora andata.

Vide, frastornata, lo sconosciuto che indicava col dito il pantalone dei suoi sogni e dovette essere allora che gli fece caso per la prima volta.

Quando Juan uscì in strada tenendo il sacchetto di carta col suo prezioso contenuto — Sofi si trovava ancora al suo posto.

E Juan, senz’altro indugio, le offrì il dono.

Sofi era rimasta sbalordita. Scuoteva il capo qua e là come in segno di rifiuto — o anche come cercando, semplicemente, di riprendersi dal grande stupore.

«Ma, è per lei che l’ho preso», le disse Juan. «L’ho vista che lo guardava in un modo, con un tale desiderio!»

Sofi, però, non volle accettarlo.

«Allora», le disse Juan, «lasci che le offra un caffè o un liquore…»

Era di pomeriggio, e finirono in un microscopico, angusto bar che si trovava là vicino.

Bastò il tempo che passò fino a che uscirono dal locale, e Sofi era già innamorata di lui.

Juan insisteva su questo punto.

E io ricordo che mi chiesi immediatamente: cos’è di preciso che le è piaciuto in questa persona?

Il suo aspetto?

Forse…

Perché è piuttosto bello.

Per cominciare è magro, terribilmente magro, come un serpente!

Questo lo fa sembrare più giovane, mentre deve avere una quarantina d’anni.

Veste in modo estremamente elegante, e i suoi modi sono gentili ed impeccabili.

Nonostante ciò, è un malvivente.

Naturalmente, è l’impressione di gentilezza a prevalere, ed è quella che ti frega.

È anche la sua spaventosa freddezza ad accentuarla.

Somiglia di più all’indifferenza, ma ci scommetteresti che quell’uomo, sotto sotto, bolle.

I suoi capelli sono molto lisci e lunghi, come quelli di Gesù in alcune immagini sacre.

Ma anche l’espressione del suo volto ricorda in parte Gesù.

Dico in parte perché, in realtà, si tratta di un Gesù-diavolo!

Sì, nell’espressione del suo volto coesistono due elementi fra loro contrapposti: qualcosa di mite e dolce insieme a qualcosa di minaccioso e di malefico.

Com’è possibile che accada una cosa del genere?

Com’è possibile che, mentre è bruno (i suoi capelli, voglio dire, sono nerissimi), la sua pelle sia così pallida?

(Soprattutto sulle guance ha un pallore orrendo, funereo. Ti viene da pensare che la sua pelle, in quel punto, abbia il colore argenteo che si trova sul ventre di certi pesci!)

È quest’ultimo contrasto, di natura cromatica, che dà una coloritura minacciosa all’espressione del suo volto.

Capelli nerissimi e pelle bianchissima…

Come se vi fosse, nascosta sotto quella pelle pallida, un irraggiamento infernale che illumina internamente il suo volto!

Ma che sto a dire???

Tutto ciò si riduce a… mediocre poesia e — smetto immediatamente la sua descrizione.

In fondo in fondo, non credo che l’amore incominci dall’aspetto di una persona.

Accade piuttosto l’inverso.

Ti capita di vedere delle donne innamorate di certi che sono brutti come il demonio, e che li considerano belli proprio perché ne sono innamorate.

Quel che importa è che Sofi rimase magnetizzata da quell’uomo e la sera successiva accettò (dopo che ebbero cenato in qualche ristorante di lusso) di seguirlo nel suo appartamento.

Notare, prego, che il suo regalo (il pantalone che aveva funzionato da pretesto per la loro conoscenza) — inizialmente lei lo rifiutò.

Juan mi disse che fece il tentativo di ridarglielo il giorno — o piuttosto la sera, in cui finirono nel suo appartamento.

Sofi, però, continuò a rifiutarlo, in un modo leggermente aggressivo, come se si sentisse offesa da quella sua offerta, come se la ritenesse (diceva) una sgarberia da parte sua!

Lo accettò, infine, molto più tardi, quando avevano cominciato ad incontrarsi e ad uscire regolarmente, lei e Juan.

Immagino ancora che nei primi tempi (i primi due mesi) Juan non debba averle rivelato il… suo mestiere.

Sì, questo è certo al mille per cento!

E naturalmente non deve averle detto, nei primi tempi, neppure quel suo stupido pseudonimo spagnolo.

Forse con lei ne ha usato, fin dal principio, qualcun altro: grecissimo.

Forse «Juan» lo ha giudicato adatto solo per me.

Chi lo sa?

Eppure, no.

Un’idea fissa deve avercela, cogli pseudonimi spagnoli, perché anche a me, durante la sola ed unica volta che l’ho incontrato fino ad ora, mi chiamava continuamente: Carlo.

E una delle «ragazze», che ho conosciuta più tardi — lei si chiamava Dolores e l’ho sentita con le mie stesse orecchie chiamare se stessa in questo modo!

Che devo dire?

Oramai anche Sofi, forse, ha uno pseudonimo similare (spagnolo, ovviamente, anch’esso!).

Sì, perché no?

Non lo ritengo affatto improbabile.

Ritorniamo, però, alla loro prima notte…

Quella sera, Sofi avrebbe confidato a Juan qualcosa riguardante proprio me (o, almeno, la nostra relazione), qualcosa di cui io non mi ero accorto in tutti quegli anni!

Immagino che debba averglielo detto quando la sacrafunzione, tra i due amanti, si era ormai compiuta.

Forse, però, potrebbe averglielo confessato all’inizio, prima ancora che tra di loro ci sia stato il benché minimo contatto.

Comunque, quando Juan me lo riferì — non so perché, ma me li immaginai distesi sul suo letto, mezzo coperti da un lenzuolo e sazi d’amore: teneramente abbracciati!

In ogni caso, Sofi gli disse che negli ultimi tempi le cose non andavano poi tanto bene con suo marito, che avevano problemi e che, in sostanza, la loro (nostra) relazione si era irreparabilmente incrinata.

Fino a questo punto, la storia era nota anche a me.

Di lì in avanti, pero?

Appresi, all’improvviso, qualcosa che non avrei mai potuto immaginare, qualcosa che mi lasciò letteralmente sbalordito, come colpito da un fulmine.

Come ho già detto, uno o due anni prima di conoscere Sofi, avevo cominciato ad occuparmi fanaticamente di fotografia. Seguivo perfino un corso in una scuola privata, corso che interruppi poco tempo dopo che la mia relazione con Sofi divenne più solida.

Per quale ragione?

Allora sentivo che la mia vita somigliava in qualche modo ad una bilancia, sull’un piatto della quale stava la mia «mania» per la fotografia, e sull’altro Sofi.

Non so perché le vedevo come due cose opposte, anzi per meglio dire antitetiche.

Il mio passatempo con la fotografia, ad ogni modo, mi permetteva di esprimermi profondamente e mi piaceva straordinariamente — anche se ovviamente meno di quanto mi piacesse Sofi!

Pensate adesso anche a un’altra cosa…

Da qualche parte, in precedenza, ho ricordato che nel 1990, all’epoca in cui avevamo già incominciato ad allontanarci con Sofi, io mi ero buttato di nuovo, a capofitto, nel mio vecchio hobby.

Vi ho anche parlato della mia partecipazione al concorso organizzato da una rivista del settore e della mia premiazione (avevo preso il terzo premio).

Il culmine fu la mostra che fu organizzata in una piccola galleria d’arte nella primavera del 1991.

Avevo incominciato a fare progetti: di licenziarmi dalla banca e di occuparmi a livello professionale di fotografia.

Alla fine, però, considerai quei miei progetti… sogni d’una notte d’estate, e per una volta ancora li abbandonai.

Ve lo ricordate, dunque, tutto questo?

Ebbene, a quell’epoca, nonostante che con Sofi il rapporto fosse diventato pietoso, una sera facemmo una chiacchierata durante la quale lei insisteva, incoraggiandomi e soprattutto spronandomi a non abbandonare il mio tentativo, ma ad occuparmi finalmente di ciò che mi piaceva e, se volevo, a mollare la banca, e non ciò in cui avevo chiaramente talento!

«Lavorerò io», mi aveva detto, «non ti preoccupare. Continuerò io in banca e ti sosterrò, se all’inizio incontrerai delle difficoltà. Ce la faremo! Fai quello che vuoi… fa’ quello che ti piace. Ti invidio che hai un qualche talento. Sinceramente, ti invidio! Io, per quanto abbia cercato dentro di me, non c’è niente per cui senta di … esserci nata! E tu che l’hai trovato, che lo sai — vorresti lasciarlo andare perduto? È un peccato!»

E io, lo ricordo distintissimamente, quanto mi gli ero opposto, quanto profondamente dissentivo! Credevo che Sofi, semplicemente, fosse romantica e che in realtà camminasse sulle nuvole.

«Il lavoro in banca sono le uova», le avevo detto. «E la fotografia, il canestro. Se abbandonassi il lavoro, perderei tutti e due. Quanto al talento di cui continui a parlare — non essere frettolosa nel trarre conclusioni. Di talento, in realtà, NON ne ho… Neanch’io. Perché la modesta conclusione che io traggo dalla vita mi dice che il talento costringe! Chi ce l’ha, è condannato a restarvi impigliato e non può liberarsi dalle sue tenaglie, dalla sua ferrea morsa! Chi ha il talento, non pensa né discute se debba abbandonare il lavoro in banca. Semplicemente, lo abbandona. Perché non può fare altrimenti. E vadano in malora, alla fine, sia le uova che il canestro!»

Più o meno queste cose erano state dette fra di noi quella sera, e nei giorni che seguirono mi affrettai ad abbandonare la fotografia — raccolsi la stampante e le altre cose e le seppellii di nuovo in solaio.

Ora, dunque, da quello che Juan mi diceva, apprendevo che precisamente in questo punto consisteva il principale problema che Sofi aveva con me.

Non mi stimava più.

E il motivo era che avevo abbandonato il mio talento, l’unica cosa che sembrava essere la mia vocazione, l’unica cosa per la quale tutto pareva dimostrare che io ero nato!

Sì, era da Juan che dovevo apprendere che, all’epoca in cui ci conoscemmo con Sofi, la mia mania per la fotografia era una delle ragioni principali per cui lei si era innamorata di me.

Il fatto che allora l’avessi abbandonata, l’aveva addolorata incredibilmente, ma aveva preferito non forzarmi, non rivelarmi il suo parere contrario.

Forse volle semplicemente evitare di influenzarmi, lasciarmi fare da solo la mia scelta, in una questione tanto importante, che avrebbe potuto cambiare la mia vita.

Forse sperava che, più in là, mi sarei accorto del mio errore e ci avrei posto rimedio, che la mia vita mi sarebbe parsa vuota e senza senso quando avessi abbandonato la mia più profonda inclinazione.

Sì, Sofi credeva molto in me e nel mio stupido hobby.

E com’era stata contenta quando, dopo tanti anni, durante il 1990, io ero di nuovo tornato al «mio antico amore»!

Aveva tenuto la sua gioia nascosta ed aveva fatto forza su se stessa per non mostrarlo: mi seguiva di lontano mentre mi ributtavo anima e corpo nella fotografia, mentre trovavo finalmente la mia vocazione, mentre legittimavo col mio comportamento il suo punto di vista.

Mi seguiva con quell’entusiasmo segreto con cui una madre vede suo figlio vincere nel suo primo gioco con altri bambini.

No, no! Si tratta di un’immagine sbagliata.

Mi seguiva con il segreto compiacimento con cui un’innamorata vede il suo amato vincere, nella sua vita, una vittoria — una vittoria di cui lei sa benissimo, dentro di sé, che la metà almeno (se non anche di più), le appartiene.

E alla fine io, da un attimo all’altro, le avevo mandato all’aria ogni cosa.

Spietatamente!

Disse a Juan che, quando mi vide raccogliere l’attrezzatura e la stampante e portarle su in solaio, ebbe la paranoica, incoercibile sensazione di essere una sorta di parente affranta che seguiva il funerale di una persona da lei straordinariamente amata, la sua sepoltura: la sepoltura del nostro amore!

Dunque.

Per finire.

E poiché questa storia mi addolora molto.

Agli inizi di settembre Sofi incontrò Juan e entro la fine di ottobre la loro relazione aveva ormai «legato», era maturata come un frutto dolce, che oscilla dal ramo dell’albero, pronto a cadere.

Il pantalone (che era stato il pretesto della loro conoscenza) fu seguito da altri, molto più costosi doni.

La formidabile generosità di Juan deve senza dubbio aver giocato il ruolo decisivo nella svolta che di lì in avanti presero le cose.

Vedendo il denaro scorrere copioso dalle tasche del suo amante, Sofi fu irretita, corrotta, traviata.

Oh, non fraintendetela: ciò è umano, molto umano!

Quanti, in questo mondo, sono in grado di resistere all’invincibile tentazione del denaro?

Specialmente quando questo è accompagnato anche dall’amore?

Soltanto qualche pazzo, forse…

Juan aveva concentrato il suo attacco su ciò che gli aveva detto Sofi durante la loro prima notte: che cioè, per quanto avesse cercato dentro di sé, non aveva trovato alcun talento!

«Pensa», le disse, «non hai alcun talento. E la tua vita — ormai la conosci. Che puoi aspettarti da una vita del genere? Da un lavoro del genere? Da salariata? Morirai avendo realizzato solo un decimo dei tuoi sogni… E forse meno. Dunque? Ti chiedo: non vuoi soldi? Molti soldi! Da non sapere che farne?»

E allora, verso la fine di ottobre, gli spiattellò la sua proposta.

Com’era naturale, Sofi al principio reagì. Non voleva neppure sentirne parlare.

Juan, però, aveva anche un altro argomento, quello decisivo.

«Quante volte, finora, ti è capitato di fare l’amore con tuo marito SENZA che tu lo volessi? Pensaci! Quante volte ti è capitato di non averne affatto voglia? Alcune di queste volte hai recitato, hai addirittura fatto finta che ti piacesse, solo ed esclusivamente per non amareggiarlo, per non rattristarlo. E dunque? È stato così tremendo? Così insopportabile? Non mi dire… In fondo, devi riconoscere che è stato qualcosa di molto semplice — un giochetto! Piacevole, no. Ma, comunque, sopportabile. Tollerabile. E quasi facile! In particolare, se pensi al… prezzo. Parliamo di tanti soldi, tantissimi. Da non sapere che farne!»

Sofi, però, rimaneva ostinata.

Finché, verso la metà di novembre, forse anche un po’ più tardi, disse il grande SÌ.

Oh, Dio mio! Come potevo sopportarlo? Come tollerarlo?

Quel mascalzone sedeva di fronte a me (nel ristorante della clinica ostetrica), concreto come questo testo che tenete ora nelle vostre mani — e insisteva che questa era l’amara verità.

«Tua moglie, mio caro Carlo, tiene compagnia a diversi uomini ricchi, forestieri perlopiù, che alloggiano nei grandi alberghi di Atene… Nel caso che, per qualsiasi ragione, il “cliente” non voglia che la “ragazza” vada nella sua stanza in albergo — disponiamo anche di un appartamento!»

No, no! Non potevo crederlo.

Questo soggetto, col suo pseudonimo spagnolo, poteva anche essere davvero un magnaccia.

Poteva anche essere lo stesso diavolo in persona!

La mia Sofi, però?

Era mai possibile che si fosse degradata, che fosse diventata una… puttana di lusso?

No, no!

E ancora no!

Un milione di volte no!

E poi un altro milione ancora!

3

Tutto quanto ho detto sopra, me lo ha raccontato Juan durante quello che è stato, finora, il nostro solo ed unico incontro.

Come ho già detto, mi telefonò la mattina successiva (il giorno dopo quello in cui Sofi sparì), sul lavoro.

La sua voce, la sentivo per la prima volta.

«Il signor Dimitriadis?»

«In persona…»

Fece una breve pausa. «Sofi sta bene!», disse alla fine.

«E tu chi sei?»

«Ulteriori particolari… da vicino», disse la voce e fece il nome di una nota clinica ostetrica. «Alle 5, oggi pomeriggio, nel ristorante», e chiuse il telefono.

Così, dunque, costui è il… mio sostituto? Per quest’uomo mi ha abbandonato Sofi? E la clinica ostetrica? Per quale ragione darmi appuntamento in un posto del genere? È incinta. Di lui. E ABORTISCE!!! Perché, però, avvertirmi di andare anch’io? No, no! Sta succedendo qualcos’altro…

Finché arrivarono le 5, impazzii quasi dall’angoscia.

E ricordo che, nel preciso momento in cui attraversavo le grandi porte, giù, all’ingresso della clinica ostetrica (erano di quelle con la cellula fotoelettrica, che si aprono automaticamente non appena ti ci avvicini) — ricordo che ero ormai del tutto sconvolto, in piena confusione.

Sì, non sapevo che pensare, gli interrogativi mulinavano senza risposta nella mia testa ed ero del tutto disorientato!

Il ristorante (su, all’ultimo piano) era insieme anche caffetteria: la metà dei tavoli, in fondo, erano apparecchiati con tovaglie, gli altri no.

Clienti, a quell’ora, ce n’erano pochissimi — nella caffetteria, non so se erano occupati due o tre tavoli, e nel ristorante soltanto due.

Su uno erano seduti due tipi smisuratamente corpulenti, evidentemente dei pesisti.

Quella ben nota immagine in cui i muscoli sporgono innaturalmente dai vestiti.

Uno di loro, anzi, era anche molto grasso, quasi quadrato, come un armadio.

L’altro, invece, era curiosamente bello — il suo volto, perlomeno. Aveva una bellezza adolescenziale, innocente, che non si addiceva affatto al suo corpo violentemente deformato. Mi causò un’impressione estremamente spiacevole, al solo vederlo.

Sul tavolo accanto sedeva, da solo, Juan.

Alla prima occhiata che gli buttai, capii che era lui il… mio uomo!

Cominciai ad attraversare il locale a grandi passi.

Alla mia destra c’erano delle vetrate e dietro ad esse un paesaggio brutto, spoglio. Basse collinette di detriti allineati in fila. Come se quella zona fosse in fase di ristrutturazione, come se da mattina a sera ci fossero squadre di operai a scavarla.

Potevi immaginare, fissato da qualche parte, un grande cartellone: LAVORI IN CORSO.

Ricordo che, andando verso il tavolo di Juan, buttai una rapida occhiata al di là delle vetrate e mi affrettai a ritrarne lo sguardo: la vista, al di là di esse, mi parve desolante.

E infine, alla mia sinistra, dal lato della cucina (esattamente dietro la cassa), si sentiva un fischio acuto, lacerante.

Quel suono continuò a sentirsi, anche quando io mi ero seduto al tavolo del… mio despota, e ricordo l’immagine che si generò dentro di me: una pentola a pressione alla quale hanno appena tolto la valvola, e il getto di vapore scaturisce rabbiosamente, a grande pressione, verso l’alto.

(Naturalmente, quello strano suono doveva provenire da qualcos’altro, perché come ho già detto il fischio si sentiva di continuo, anche quando la nostra conversazione era ormai terminata e io… me ne andai.)

«Spero di non averti spaventato», disse Juan appena mi sedetti.

«Dov’è Sofi? Dove la tengono? In quale stanza?»

«Calmati», disse Juan sorridendo lievemente. «Non è qui in clinica. Ti ho chiesto di incontrarci qui, così… senza una ragione. Più che altro per abitudine. In questo posto, vedi, ci vengo abbastanza spesso. Con le “ragazze”, succede sempre qualche disgrazia. Non con i “clienti”. Lì usano OBBLIGATORIAMENTE il preservativo. Le disgrazie hanno a che fare solo ed esclusivamente con me. Pensa quanti figli avrei oggi, se non… Sì, ci vengo abbastanza spesso in questo posto qui!»

Queste furono le sue primissime parole e, com’era naturale, non capii molto cosa precisamente intendesse.

Che “ragazze” e preservativi? Che vuole dire? E chi sono questi «clienti»? E le… disgrazie? Che mi va dicendo? Quest’uomo è pazzo. Anzi, vaneggia!

Quel discorsetto introduttivo, però, non era soltanto indefinito e incomprensibile. C’era anche qualcos’altro in tutti quegli sproloqui, qualcosa di incongruente che non mi piacque affatto.

Perché sì, è vero, esprimeva una sorta di familiarità verso di me (sembrava in qualche modo una confessione amichevole) — d’altra parte, però, distinguevo chiaramente anche qualcosa di sgradevole, qualcosa di tagliente che si rivolgeva contro di me, puntando su di me!

«Quanto ai ragazzi, qui», disse ancora Juan e mi indicò con gli occhi i due bravi che attendevano pazientemente seduti sul tavolo a fianco, «sono… miei aiutanti. Capisci…Ne abbiamo bisogno, almeno per ora. Per ogni evenienza, buona o cattiva! Potrebbe improvvisamente venirti qualche idea sbagliata, e voler fare qualche sciocchezza. Non si sa mai!»

Con la coda dell’occhio guardai dalla parte delle due macchine di carne, che soffiavano come mantici, con evidente difficoltà, quasi che per loro fosse spossante persino l’esistere!

L’Armadio chinò leggermente la testa, come se mi facesse un impercettibile inchino.

L’altro, il Bello, non volli neppure guardarlo. La schizofrenica antitesi tra il suo bel volto e il suo spietato corpo — anche soltanto a richiamarla alla memoria, mi sentivo rivoltare lo stomaco.

Piantai di nuovo gli occhi su Juan.

E lui, pian piano, cominciò a spiegare di fronte a me la storia della sua conoscenza con Sofi ed il suo noto esito — quanto, in breve, ho già riferito.

Dal lato della cucina, l’invisibile pentola a pressione continuava a fischiare a ritmo continuo…

I due bravi continuavano a soffiare come mantici nel tavolo accanto…

E dietro alle vetrate, le collinette di detriti, credo che dovessero dare sempre lo stesso, desolante spettacolo.

Quanto a Juan, lui continuava a cacciare i suoi coltelli dove gli capitava, ovunque, in tutto il mio corpo…

Alla fine mi disse: «Se non mi odi già, mi odierai — questo è certo. Come capirai, non sei il primo. Avviene così, di solito… Credimi, però: io ti voglio bene. Ti sento — come dirtelo? Molto vicino a me! Come un mio fratello più piccolo. Perché per me sei qualcosa di più di un semplice alleato. Tua moglie, caro il mio Carlo, è un personaggio di secondo piano in questa faccenda.  Mentre tu! Se non ci fossi tu, se non esistessero persone come te — anch’io sarei perduto!

»Ti dirò una cosa che… Fa’ attenzione, perché proprio qui si trova il succo di tutta la storia. E queste cose non è facile esprimerle, farle diventare parole…

»Tu appartieni ad una categoria di persone particolare. Ad una razza — non rara. Non è questo che intendo. Ce ne sono abbastanza, come te. Semplicemente, particolare. Cosa voglio dire? Che questo genere, al quale tu appartieni, capita che sia il più adatto per il mio lavoro. Ideale. Voi, caro mio, siete i miei migliori fornitori! Perché tu e quelli come te avete una piccola — come dirtelo? Non debolezza, né menomazione. Chiamala peculiarità, se vuoi. La sostanza di essa si trova in questa frase: non puoi essere single!

»Credimi. Attraverso la mia bocca, in questo momento, ti sta parlando… L’esperienza!

»E per essere ancora più comprensibile, arrischierò una previsione: tu, non c’è caso che rimanga solo per molto tempo. Sofi l’hai perduta, ma molto presto si troverà un’altra che prenderà il suo posto. Molto presto! È anche questa una delle caratteristiche della… tua specie.

»L’altra vostra caratteristica interessante è che le donne che scegliete (o anche che vi scelgono, questo non ha significato) sono ideali per il mio lavoro. Perfette. Nate per ciò per cui io le voglio. Per questo, ogni volta che mi imbatto in un tipo come te, io lo… festeggio, in qualche modo!

»Mi capisci? Capisci?» mi chiese quasi urlando. «Nel tuo volto io ho scoperto uno dei miei migliori fornitori! Per me sei una miniera, Carlo. Fin quando vivi, fin quando esisti, tu lavorerai per conto mio, involontariamente, perfino contro la tua volontà!

»Da un certo punto di vista, di questo mi dispiace, ma dall’altro ti voglio bene e m’interesso di te quanto tu non immagini. Ti prometto, dunque, che d’ora in avanti io e i ragazzi, qui, saremo i tuoi angeli custodi! Perché, come comprendi, non vorrei che ti succedesse qualcosa di male. La benché minima cosa. Non permetteremo che nessun altro ti tocchi neanche un capello! Ti custodiremo come i nostri occhi… più delle pupille dei nostri occhi!»

«Hai finito?» gli chiesi.

«Non ancora», disse e da una tasca tirò fuori un piccolo biglietto rettangolare.

Lo appoggiò sul tavolo, rivolto verso di me.

Su di esso, esattamente al centro, c’era un disegno che raffigurava una… lucertola!

Era un disegno lineare, quasi infantile. Un contorno imbrattato internamente di inchiostro nero.

L’animaletto era visto dall’alto, da sopra.

Aveva le quattro zampe aperte e le dita distese, come se stesse mandando al diavolo qualcuno!*

La bocca era minacciosamente socchiusa, e un puntino bianco, a fianco della testa, denotava un occhio, aperto anche questo.

La cosa più ributtante, però, era la sua coda: una linea aguzza, per mezzo della quale il suo disegnatore era riuscito a dare perfettamente l’impressione d’una convulsione, d’una violenta ondulazione. Avresti detto che l’intera lucertola si muovesse in avanti (solo ed esclusivamente a motivo della sua coda), che da un attimo all’altro sarebbe scappata, sarebbe balzata fuori dal biglietto emettendo un suono sibilante.

Provai raccapriccio vedendo quello strano disegno.

E soprattutto: vedendo che, a parte la lucertola, sul biglietto non c’era NIENT’ALTRO!

Juan continuava a tenere la mano distesa sul tavolo — le sue dita sottili erano in posizione di riposo a fianco del biglietto.

«Hai finito?» gli chiesi di nuovo.

«Più o meno…», rispose.

«Bene, allora. Adesso dimmi dov’è Sofi! Perché non credo a una parola di quello che mi hai detto».

Juan scosse deluso la testa.

«Non rattristarmi», disse. «Non rivelarti così inferiore alle mie attese!»

«Dov’è Sofi?»

«Sai qual è il problema con te?» disse. «Che somigli in modo scoraggiante a tutti gli altri… mariti che ho conosciuto. Reagite TUTTI allo stesso modo! Perché non vuoi mostrarti un po’ diverso? Essere un po’ originale?»

«DOV’È SOFI?»

Juan sbuffò, leggermente arrabbiato: «Sempre lo stesso, sempre lo stesso… So cos’è che vuoi. Ciò di cui hai bisogno! Come tutti gli altri. Anche tu, dunque, vuoi toccare con mano i segni lasciati dai chiodi? Eh? Anche tu vuoi la Dimostrazione Vivente?»

Le ultime due parole le pronunciò con grande enfasi, come se volesse lasciare intendere che, quando le avesse scritte, le avrebbe scritte così: con le iniziali maiuscole.

Mi chinai bruscamente in avanti. «Vuoi che ti dica io qual è il tuo problema?»

Juan sorrise in modo ironico, con tutta la sua sicurezza di sé.

«Hai un cazzo troppo grosso!» gli dissi. «E non sai che fartene. Perciò io te lo taglio e te lo ficco nel culo! E dato che ne avanzerà ancora qualcosa — il resto te lo faccio ingoiare!»

Ormai ero scoppiato e pronunciavo le mie parole tremando dai nervi.

Terminando, infine, e prima che Juan potesse reagire, lanciai la mia mano ed intrappolai la sua sopra al tavolo, accanto al biglietto con la lucertola.

Per un istante, la tensione fu tremenda.

Sentii scricchiolare le seggiole accanto a noi, e capii che i bravi dovevano essersi mezzo alzati dal loro tavolo, pronti a scagliarsi su di me.

«Calma», ringhiò Juan, come se lo dicesse non a delle persone, ma a dei cani.

Potrebbe averlo detto anche a me, ma ero stranamente certo che quella parola era rivolta ai… suoi mastini.

Le nostre mani continuavano a premere l’una contro l’altra sopra la superficie del tavolo.

Ci avevamo messo entrambi tutta la nostra forza.

Lui forse ancora di più, per ragioni di prestigio.

E c’era anche la sua nota freddezza, che doveva rimanere intatta…

In realtà, per un momento lo ammirai: mordeva leggermente il labbro inferiore, ma per il resto rimaneva completamente impassibile, come se non stesse facendo ogni tentativo per… vincermi.

Io sentii che ero arrossito, e il mio respiro usciva soffocato.

E, tutto a un tratto, con un movimento repentino: ce la fece!

La mia mano si ritrovò rovesciata sopra al tavolo, imprigionata nella sua, debole e sconfitta.

Mi sentii umiliato, assai più di quanto mi fossi sentito prima, con tutte le cose che lo avevo sentito dirmi su Sofi.

Le seggiole accanto a noi scricchiolarono di nuovo: i mastini, evidentemente, si erano di nuovo seduti.

Juan spinse via la mia mano e un’impercettibile espressione di disgusto oscurò il suo volto.

«Sei scortese», disse. «Ma… non importa. Capisco… La tua situazione non è poi facile. Voglio mostrarti comprensione

«Me lo dirai dove si trova Sofi?» gli chiesi in modo insicuro, come se non credessi, neppure io ormai, di ricevere risposta.

«Questo non è possibile, Carlo. Devi fartene una ragione. Sofi non la rivedrai. Avverrà, però, quello che facciamo di solito in questi casi. Ciò che ti ho detto prima…». Pronunciò un’altra volta, con grande enfasi, quelle due parole: «Dimostrazione Vivente! Questo tu vuoi… L’avrai, dunque. Molto presto. Forse domani… Ti avviseremo noi. Ora puoi andare».

Juan si rivolse verso i suoi mastini e fece loro cenno — un movimento secco— con la testa.

Sentii le seggiole scricchiolare accanto a me.

Una mano mi toccò l’ascella.

Mi alzai.

«Prendi il mio biglietto», disse Juan.

Gli gettai un’occhiata assassina e senza prendere il biglietto (lasciandolo al suo posto, sopra al tavolo), feci dietrofront.

«Arrivederci», gridò dietro di me Juan.

Continuai ad attraversare il locale, senza far caso alle sue parole.

Le basse collinette di detriti dietro alle vetrate…

Il fischio dell’invisibile pentola dalla cucina…

E i due bravi che sentivo mi seguivano come cani fedeli…

L’ultima cosa che ricordo è che, entrando nell’ascensore (i bravi mi accompagnarono fino a fuori, fino alla mia macchina), e mentre le porte si chiudevano e la cabina faceva il suo tuffo verso il basso, l’Armadio si trovò con un tagliaunghie in mano e cominciò a tagliarsi le unghie.

Avevo gli occhi fissi al pavimento della cabina, e ad un tratto mi parve di vedere una delle sgradevoli mezzelune delle unghie tagliate atterrare vicino alle mie scarpe.

Sentii un tremendo desiderio di vomitare lì per lì.

Non solo a causa delle sue unghie tagliate.

* Traduco il titolo O εργένης con “Il single”. Il senso di εργένης mi sembra infatti non traducibile in italiano, equivalendo al duplice concetto di: 1) αυτός που δεν έχει παντρευτεί e 2) αυτός που ζει εκτός οικογενείας, μόνοςτου (cf. Γ. Μπαμπινιώτη, Λεξικό της Νέας Ελληνικής Γλώσσας: Κέντρο Λεξικολογίας, Αθήνα 1998, s.v.). Scarterei dunque *Il celibe e *Lo scapolo, giacché il protagonista è in realtà sposato, anche se vive da solo, essendo diviso —non ancora divorziato— dalla propria moglie. Senza voler ricorrere alla parola inglese single —comunque “naturalizzata” nella nostra lingua—, il titolo potrebbe essere reso con “Il senza moglie”.

* Il verbo μουντζώνω vale in neogreco “fare u gesto d’insulto col palmo della mano aperta”.

L’incredibile storia della Papessa Giovanna (the first five chapters in Italian) |  Sabbia Grande (the first two chapters in Italian) IX Festival of Mediterranean Literature (poster) | Photos from the Festival |  «Diario italiano» (traduzione dal greco di Giuseppina Dilillo)

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