Τα βιβλία του Βαγγέλη Ραπτόπουλου

L’INCREDIBILE STORIA DELLA PAPESSA GIOVANNA, the first five chapters in Italian

Vanghelis Raptòpulos

L’incredibile storia della Papessa Giovanna

Romanzo, Crocetti Editore 2002 (Kedros Editore, Atene 2000) | Τraduzione di Luigi Casciola

Ad Emmanouíl Roídis — senza la sua Papessa Giovanna, il libro che avete in mano non esisterebbe.

Primavera dell’807 d.C., in Britannia. La sottile pioggerella mattutina batte con insistenza la corte del castello. Iutha sta in piedi, immobile, davanti alle cucine, trattenendo il respiro. Le oche gironzolano nervosamente, becchettando il terreno bagnato ed emettendo i loro caratteristici gridolini gutturali. Ma la ragazza non le guarda. I suoi occhi sono fissi sul buio vano della porta a doppio battente della cucina, che dà sul cortile.

Per primo spunta fuori il cuoco corpulento, col suo enorme pancione. E poco dopo il coppiere —un tipo scheletrico e orrendo. La ragazza deglutisce e riesce a sfuggire agli sguardi dei due uomini, finché da ultimo fa la sua comparsa il barone.

Iutha si sente avvampare le guance, e inconsapevolmente si morde il labbro inferiore. Bionda com’è e con una carnagione così chiara, il rossore le dona molto. Lei lo sa. Così come sa di essere bella. Quel che non sa è fino a che punto tutte queste sue qualità bastino a raggiungere il suo scopo.

Il barone viene ora verso di lei, e il cuoco ed il coppiere gli corrono appresso. Seguendoli con la coda dell’occhio, la ragazza drizza la schiena e gonfia il piccolo petto, offrendolo come un dono prezioso. E solo allora osa guardare dritto negli occhi il suo signore.

Il barone ha fama di erotomane, e l’espressione del suo volto la conferma. Valuta le doti di Iutha e la mangia letteralmente con gli occhi mentre le si avvicina.

Infine i tre uomini si fermano dinanzi a lei.

«Il nostro barone», si precipita a dire il cuoco, ripetendole parola per parola quel che le ha già detto il giorno prima, «stasera offre un banchetto. Ed è voluto scendere per scegliere lui stesso l’oca più grassa da servire a tavola».

Ma il barone sembra aver dimenticato la ragione per cui è venuto fin qui. «Non ti ho mai vista prima!», le sussurra con ammirazione, e la ragazza ha la sensazione che stia parlando da solo, invece che a lei. I suoi occhi continuano a divorarla, ma non in modo volgare. «Da quanto tempo pascoli… le mie oche?»

«I miei genitori ed i miei fratelli», comincia a rispondergli con verecondia la ragazza, «sono morti sei anni fa, signore — nella grande epidemia».

«E dell’orfana si è preso cura uno zio, che è contadino nelle vostre tenute, come lo fu suo padre», aggiunge il cuoco in tono servile. «Ha cominciato a pascolarle appena ora, signore. Non è neanche un mese!»

«Quanti anni hai?» le chiede di nuovo il barone, ignorando il suo oltremodo massiccio sottoposto.

«Sedici.»

«Bene. Molto bene. Ho fiducia in te. Scegline tu una. Quale preferisci?»

Iutha coglie al volo l’occasione. Volge il suo sguardo indagatore sul branco e indica un volatile ben pasciuto: «Ecco, quella lì!»

«Bene. Molto bene», ripete distrattamente il barone, senza neppure prendersi il fastidio di guardare nella direzione che la ragazza gli ha indicata. I suoi occhi non hanno alcuna intenzione di staccarsi dal suo corpo adolescente.

È del tutto evidente, ormai, che assieme all’oca che è venuto a scegliersi, il padrone si prenderà anche la vergine che la pascolava.

***

Nell’ala del castello in cui si trova la camera da letto del barone la tranquillità della notte è quasi assoluta. Non così, però, all’interno di questa camera. La debole luce di due candele, che ardono su un candelabro ceselato, brilla tremula sulle pareti e sui mobili della sala dall’alto soffitto, mentre affannosi mugolii e rotti gemiti risuonano oltre le tende socchiuse del grande letto a baldacchino.

Iutha è distesa in posizione supina e il barone ha la testa affondata tra le sue cosce nude. Dal comportamento della fanciulla —le dita delle mani, che si contraggono debolmente sulle lenzuola; la testa, che si strofina sensualmente sui cuscini; gli occhi, socchiusi come quelli di una gatta; le narici, che si dilatano ritmicamente; le labbra, sulle quali passa voluttuosamente la lingua con manifesto piacere— appare evidente come il barone sia un amante delicato ed esperto.

Pian piano, la testa dell’ex padrone ed ora schiavo di Iutha comincia a salire, lasciandosi dietro lucenti tracce di saliva. Dopo alcuni brevi istanti di sosta in corrispondenza dell’ombelico, dei seni acerbi e delle ascelle, il suo corpo copre delicatamente quello di lei e le loro bocche si uniscono.

Il loro bacio diventa sempre più fluido, sempre più appassionato, mentre il bacino del barone scivola, esplorando a destra e a sinistra, cercando di allinearsi all’addome della ragazza.

Nel momento in cui l’uomo raggiunge finalmente la sua meta, Iutha si lascia sfuggire un gridolino penetrante. Volge spasmodicamente la testa verso il suo braccio e affonda i denti nella carne di lui per non gridare.

Sempre con la stessa dolcezza e con una grazia quasi eterea, il corpo teso del barone comincia a salire e scendere su di lei.

***

La cantina del castello è avvolta nell’oscurità, per quanto fuori splenda ancora il giorno. Iutha è seduta su un basso sgabello davanti alle botti allineate. Ha aperto un rubinetto ed il liquido ambrato gorgoglia riempiendo una delle caraffe ammucchiate ai suoi piedi.

Lo scheletrico coppiere appare improvvisamente accanto a lei, come spuntato dal nulla. Ha gli occhi iniettati di sangue per il bere, e la sua faccia orrenda è increspata dalla malvagità. Le sue dita afferrano una bionda ciocca sull’orecchio di Iutha. La attorciglia e la tira con violenza, come se volesse strapparla. La ragazza contorce il viso per il dolore, e con una mano comincia a cercare alla cieca il suo aguzzino.

«Per quanto tempo il padrone ti ha tenuto nel suo letto?», l’uomo le schizza il suo veleno nell’orecchio come un serpente. «Due mesi? Due e mezzo? Non hai ancora imparato il segreto, eh?». La sua bocca si contorce in un diabolico sorriso. «Gli uomini devi farli innamorare di te, e non perdere tu la testa per loro».

Iutha riesce finalmente ad afferrarlo e il coppiere arretra per sfuggirle. Il suo abito si tende e un lembo si lacera.

«Lasciami, puttana! Guarda che hai fatto!»

La ragazza lo lascia andare e cerca di chiudere il rubinetto della botte, ma quello ritorna — stavolta con una verga in mano. Si ode una specie di sibilo mentre il ramo sottile sferza l’aria prima di solcare il dorso di Iutha. La ragazza sussulta per il colpo, e la caraffa che aveva mezzo riempita cade in terra e va in frantumi. Il liquido esce dal rubinetto e si versa in terra.

Ora sono una di fronte all’altro, e l’aria vibra dei loro respiri affannosi.

«Ti odio», gli dice con disprezzo la ragazza. «Come mi odi tu. Ma tu mi odiavi ancor prima che io cadessi sotto le tue grinfie. Perché… Tu non sei capace di amare neanche te stesso! Tu odi il mondo intero. Perché non ti si drizza».

La verga comincia ad abbattersi di nuovo con furia su di lei e Iutha è costretta a portarsi le mani sul volto per proteggersi. Il coppiere continua a colpirla, emettendo brevi grida di trionfo. Quando la ragazza tenta di darsela a gambe, lui non la insegue. Aspetta che si fermi.

«Torna indietro! E chiudi il rubinetto. Chiudilo e fa’ fagotto. Μuoviti!»

La ragazza muove alcuni passi esitanti verso la botte da cui il liquido continua a uscire e il coppiere arretra per dimostrarle che non ha intenzione di colpirla ancora.

«Non temere: abbiamo finito, noi due. Dal letto del padrone sei caduta in quello del suo coppiere. Ora ti assesto un’altra pedata e finisci ancora più in basso. Da domani vai nelle cucine. Farò in modo che tu vada ad abitare col balordo, lo sguattero. Non farti più vedere davanti a me!»

Iutha si china e chiude il rubinetto. Rivolge un’occhiata furtiva in direzione del coppiere, che ha cominciato ad allontanarsi. La sua mano si alza quasi da sola e asciuga le lacrime che le scaturiscono dagli angoli degli occhi.

***

Il russare pesante dello sguattero squarcia il buio dell’angusta stanza. Iutha è distesa supina sul mucchio di paglia ammassato in un angolo, con gli occhi spalancati. Quanto al giovane che dorme della grossa accanto a lei, supino anch’egli, è robusto e forte come un toro, ma buono — a giudicare dall’espressione beata del suo sonno.

La ragazza comincia a spingerlo per fargli cambiare posizione e riesce a farlo girare su un fianco. Il suo ronfare s’interrompe di botto. Senza perder tempo, Iutha si appiccica dietro di lui e fa scivolare le mani in basso, tra le sue gambe. Lo accarezza dolcemente e quello trae un profondo respiro e si lascia sfuggire un mugolio di piacere. Finché la ragazza si alza e si china con tutto il corpo tra le sue gambe, scostando con decisione le coperte. Il respiro dello sguattero si fa più frequente, diventa quasi affannoso, e infine si rompe e si arresta.

Ora il giovane ha uno scatto e si guarda intorno sgomento. Si rende conto di ciò che è avvenuto a sua insaputa e comincia a farsi il segno della croce.

«Ho peccato, mio Dio, ho peccato! Iutha! Che cosa hai fatto? C-c-che cosa hai fatto!?! Perdonaci, mio Dio! Ho peccato!»

La ragazza sorride timidamente e con l’aria quasi colpevole, ma anche con tristezza.

***

Come ogni mezzogiorno, le cucine del castello palpitano di vita. Un groviglio di suoni si confonde sulle teste degli uomini e delle donne curvi sulle loro occupazioni. Le loro voci e le risa occasionali si mescolano con il gorgoglio dell’acqua e il fragore degli utensili di cucina. Il cuoco obeso si aggira tra di loro, vigile.

Davanti all’enorme bacile di pietra per lavare i piatti, Iutha e il suo nuovo compagno, con le maniche rimboccate e gli abiti fradici, lavano una marmitta di rame delle dimensioni di un fonte battesimale. Appena terminato, la ragazza si scansa e lo sguattero si carica l’enorme recipiente per portarlo, da solo, fino in fondo alla sala.

A un certo punto, sulla porta a due battenti della cucina che dà sulla corte compare un monaco con un piccolo sacco bianco che gli pende sulla spalla. Non deve avere neppure trentacinque anni, ma qualcosa in lui — forse lo sguardo serio e posato — lo fa sembrare alquanto più vecchio. Il monaco fa cenno alla volta dello sguattero, finché quello se ne accorge e gli corre ad incontro.

Lo spettacolo del giovane gigante che si piega in due per baciare la mano del monaco, aspettando come un bambino la sua benedizione, è leggermente comico. Escono insieme sulla corte, sotto il cielo di piombo.

«Che buone nuove ci porti, santo padre?», domanda festoso lo sguattero.

Per tutta risposta il monaco si toglie il sacco dalla spalla e vi fruga dentro. Ne estrae un oggetto microscopico e lo tiene chiuso nel pugno.

Lo sguardo da capra del giovane brilla d’impazienza: «Che cos’è stavolta, padre Villivaldo? Qualcosa di sacro? Che cos’hai, lì? Quello che mi hai venduto la volta scorsa… Fammi vedere! La mia anima ha sete di conforto».

Il monaco dischiude le dita e gli occhi dello sguattero sono calamitati dal canino ingiallito che giace sulla palma della mano.

«Ma che cos’è?», domanda, con la voce a metà tra la devozione e un autentico sgomento.

«Il dente di un santo! Di San Gutlaco! Lo conosci?»

Lo sguattero fa spallucce e con disarmante sincerità confessa di no.

«È vissuto ed è morto in una buca del regno di Merk», riprende il monaco.

Lo sguattero sbigottito si fa il segno della croce, mentre dalle sue labbra fuoriescono vari suoni incomprensibili, che pian piano si chiariscono: «Tutto quello che vuoi, dimmi quello che vuoi, quello che dici va bene!»

Il monaco ci pensa su. Il suo sguardo oltrepassa le spalle taurine del giovane e si ferma su qualcosa che sta dietro di lui.

Seguendo gli occhi del suo interlocutore lo sguattero si volta e guarda anche lui: in piedi sul vano della porta a doppio battente della cucina c’è Iutha, con le mani ancora gocciolanti d’acqua.

Lo sguattero si volta di nuovo davanti a sé. La sua voce è turbata quando chiede: «Qu… qu… quella?»

Il monaco scuote affermativamente la testa.

«Pensavo che magari vuoi del cibo o… che so io?… qualcos’altro, padre Villivaldo. Ma dal momento che vuoi questo compenso… Prenditela. Te la regalo!»

Il single (the first three chapters in Italian) | Sabbia Grande (the first two chapters in Italian) IX Festival of Mediterranean Literature in Italy (poster) | Photos from the Festival | «Diario italiano» (traduzione dal greco di Giuseppina Dilillo)

 

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