Τα βιβλία του Βαγγέλη Ραπτόπουλου

SABBIA GRANDE, the first two chapters in Italian

Tratto da Sabbia Grande di Vanghelis Raptòpulos

Kedros Editore, Atene 2007

 Τraduzione di Anthi Keramida

1. Clessidra

Più tardi avrei capito che Sabbia Grande non era solo l’omonimo isolotto dell’ Egeo, dove eravamo stati nelle vacanze di carnevale io e Amalia. E nemmeno semplicemente la Grecia, quella infinita catena di spiagge sabbiose, come ad un certo momento avevo pensato. Era anche la sabbia-polvere proveniente dai marmi antichi, e la sabbia mobile di un continuum secolare – l’essenza di una patria in procinto di tramutarsi in polvere. No, Sabbia Grande in definitiva era ed è più cose e nulla, niente e tutto allo stesso tempo.

È prima di tutto l’amore, talmente dominante in questo scritto, l’amore e sempre l’amore, con le sue molteplici facce, l’una nascosta all’interno dell’altra, come le matriosche. L’amore tra me e Amalia, tra lei e Diamandis, tra lui e Dora o tra Gavrilos e Rita, la moglie del giudice. L’amore, sì, la grande sabbia mobile contenuta nelle nostre piccole esistenze, che, quando si cade nella sua rete, fortunatamente si è spacciati e senza salvezza alcuna. L’amore e l’altra faccia della medaglia, la morte.

Ma la Sabbia più grande è certamente anche il tempo che scorre e la vita che ci sfugge e scivola tra le dita come sabbia marina – la sabbia dell’eterno cronometro, della clessidra.

Eppure, il giorno in cui io e Amalia arrivammo nell’isola, quel sabato di maggio perso nella nebbia del passato, io ancora non sospettavo nulla.

***

Quell’anno io avevo compiuto i trentasette, avevo già pubblicato tredici libri per bambini e tre per ragazzi, e con Amalia convivevamo da circa sette anni. I numeri magici imperversavano nella mia vita, ma non nel senso della magia, che era assente. A meno che non si trattasse di magia nera, visto che quello era veramente uno dei periodi più cupi. Il rapporto tra me e Amalia andava malissimo, e proprio per questo eravamo andati nell’isola: per vedere se il nostro rapporto appassito potesse rifiorire. Attorno a me tutto mi sembrava sempre più noioso e senza via d’uscita, e sospettavo che la crisi dei quaranta fosse iniziata con qualche anno d’anticipo. Tra le cose su cui contavo in quel viaggio, c’era anche quella di trovare il soggetto per il grande romanzo, per adulti ovviamente, che avevo intenzione di scrivere; come una ferita interna, che rischiava di trasformarsi in cancrena. Per cui, quando partimmo io ero talmente carico dal punto di vista psichico, che il mio peso sarebbe bastato per far affondare la nave o anche l’isola.

Comunque, già dalla seconda sera a Sabbia Grande, credetti di aver risolto almeno il problema del soggetto del libro. Arrivai addirittura a considerarmi fortunato di essere stato testimone oculare dell’omicidio di quella domenica, in quanto contavo di utilizzarlo come materia prima. E se è vero che riguardo a ciò non avevo poi tutti i torti (in effetti il mio romanzo si sarebbe poi incentrato su quanto accadde allora nell’isola), è anche vero che non mi sarei mai potuto immaginare tutto il resto. Come avrei potuto sapere che la mia relazione con Amalia si sarebbe conclusa in quei giorni di Carnevale e che in realtà non eravamo andati nell’isola per ritrovarci, ma per separarci? E soprattutto, come potevo immaginare che il figlio della buonanima, Diamandìs, e la sua ragazza, Dora – i due giovani che era destino dovessimo conoscere nel corso della nostra permanenza laggiù – sarebbero entrati a far parte della nostra vita fino a cambiarla per sempre?

Si vive continuando ad escogitare dei piani, lottando invano per poter anticipare il futuro. Oppure si tenta di scoprire come si sia giunti fin qui, cosa si sceglie e cosa viene imposto dalle circostanze. Litighiamo o ci amiamo, ci tradiamo o ci facciamo del bene, cercando di dimenticare che si va dritti verso la morte. Cercando di dimenticare che nessuno di noi sa cosa può capitargli l’indomani e che in realtà tutti noi procediamo alla cieca.

*

2. Lietta Bottiglietta

Con Amalia ci conosciamo dall’epoca in cui veniva chiamata Lietta, ovvero fin da bambini, si dà anche il caso che siamo lontani cugini, di quarto grado, da parte delle nostre madri. Anche questo però non è che significhi molto. Il fatto è che siamo cresciuti insieme. I primi anni abitavamo anche vicino (noi a Kipseli, loro a Ghizi), e le estati le passavamo a Schiniàs, in case di villeggiatura vicine. I nostri genitori si frequentavano assiduamente, e naturalmente anche noi, che eravamo figli unici. Mio padre è originario dell’ Asia Minore, il suo dell’Egitto. Quanto alle nostre madri, se è vero che sono originarie di Paros, è anche vero che laggiù, per quanto ne so, non hanno più né parenti né proprietà. La famiglia ad un certo punto per qualche motivo si trasferì in Eubea e da lì si sparse in tutta l’isola. Da Karisto fino a Halkida e Edipso ci sono dei parenti, ma non abbiamo rapporti stretti.

Quando eravamo piccoli, la convinzione che inevitabilmente da grandi ci saremmo sposati, o che in qualche modo fossimo destinati l’uno all’altra, era una costante nelle discussioni tra le nostre famiglie. Finché, verso la fine della mia adolescenza (Amalia è solo di un anno e mezzo più piccola di me), ci siamo legati anche sessualmente, quasi per non smentire le loro aspettative. Quella fase iniziale del nostro rapporto non durò nemmeno due anni, ma facemmo in tempo a scambiarci promesse eterne e ci separammo, ricordo, con la sensazione che saremmo andati ad esplorare per un po’ il mondo, avremmo vagato per un po’ in altre relazioni, per poi ritornare alla nostra «inevitabile destinazione». Cosa che accadde dopo il completamento dei suoi studi (in Storia dell’Arte) in Inghilterra.

La nostra inevitabile destinazione.

***

Tutto ciò ebbe due grandi conseguenze su di noi. Innanzitutto, quando alla fine ci decidemmo ad andare a convivere, nell’epoca in cui io compivo i trent’ anni, dichiarammo a destra e a manca che non intendevamo sposarci. C’erano già parecchi legami ad unirci, di sangue e di abitudine. Il più importante era comunque quella sensazione paranoica di essere stati creati l’uno per l’altra, la sensazione della “nostra inevitabile destinazione”, come ho detto prima. La sensazione che qualsiasi cosa accadesse, in qualsiasi modo le cose fossero andate, noi non ci saremmo mai separati. Per l’eternità! La sensazione del legame a vita. Quest’ultima conseguenza del bizzarro passato della nostra relazione si tramutò col tempo in una ossessione che arrivò a significare per me praticamente tutto.

Grecia, mi dicevo, Grecia Moderna uguale patria-religione-famiglia. E visto che le prime due sono quasi ovvie o, per meglio dire, assai astratte, rimane la famiglia, la cellula base della società, miniatura di patria e religione. Beh, da questo punto di vista si può dire che noi due costituivamo un esempio classico. La nostra relazione era un prodotto famigliare, il nostro rapporto aveva a che fare esattamente con ciò, la famiglia era il nostro angelo custode e il nostro padrone, la nostra fortuna e la nostra maledizione. Eravamo degli esemplari rappresentativi della specie. Dei Neogreci nel vero senso del termine.

Fu più o meno in quel periodo che cominciai ad utilizzare di proposito nel mio lavoro il tema dei legami famigliari. Dei tredici libri che ho pubblicato fino ad oggi, nove compongono una serie la cui protagonista è la sveglia e graziosa Lietta Bottiglietta, di sei anni. Lietta, che potrebbe essere benissimo la sorella gemella di Amalia, se non Amalia stessa, si ritrova ogni volta in una avventura diversa, e quattro di queste avventure hanno a che fare con una famiglia. Cosa che traspare già dal titolo. Lietta Bottiglietta e la Famiglia Matta. Lietta Bottiglietta e la Famiglia dei Roditori. Eccetera. Superfluo aggiungere che, di tutta la serie, questi quattro libri in cui una famiglia ha un ruolo chiave, sono quelli di maggior successo.

***

Andando con Amalia a Sabbia Grande, insomma, in quel sabato di marzo, io riflettevo sul fatto che il mio sogno nel cassetto, il romanzo per adulti che volevo scrivere, doveva assolutamente avere a che fare con una o più famiglie. Se Grecia equivaleva a dire famiglia, allora anche il romanzo greco equivaleva a dire famiglia. E in effetti, si potrebbe dire che avevo fatto centro. La storia dell’omicidio riportava a galla dei vecchi rapporti famigliari, ovviamente. Per cui riguardo al soggetto ero a posto. E avevo anche un’isola, l’ambientazione ideale, emblematica di questa terra lambita dal mare. Cos’altro mancava? C’era tutto. Pronto e servito. Fu allora, ricordo, che pensai (sarà stato l’ultimo giorno, quando stavamo tornando ad Atene) che Sabbia Grande non era soltanto quanto avevo scritto all’inizio, ma soprattutto questo: la famiglia.

Il nostro angelo custode nonché nostro padrone, certo. L’ istituto della famiglia. La terribile barriera protettiva e causa della crisi tra di noi. Perchè, andando a Sabbia Grande, dopo una convivenza di quasi sette anni, ci sentivamo stanchi, esauriti, semisprofondati in un pantano di tedio e noia, dal quale non sapevamo come uscire. Responsabile di questa situazione ritenevo fossero i legami famigliari, la serra in cui il nostro rapporto era maturato, e in cui la nostra relazione tendeva a trasformarsi. Io opponevo resistenza, ma non era che così facendo la crisi si aggravasse? Amalia dichiarava che era d’accordo anche lei, di figli non ne voleva. Ma tutti gli altri facevano pressione su di noi, e avevo il sospetto fondato che Amalia negli ultimi tempi fosse cambiata, semplicemente continuava a ripetere quello che volevo sentirmi dire io.

Avremmo avuto dei figli? Ci saremmo sposati? Avremmo messo su famiglia, nel senso classico? Questa era la vera questione. Amalia non era più la stessa. Superati i trentacinque anni, in lei era avvenuto un grande cambiamento. Un tempo era una fanatica sostenitrice della vita spensierata e bohème che avevamo vissuto fino a quel momento. Riceveva un assegno da suo padre, zio Dinos, che era un avvocato e che in più aveva fatto anche un ricco matrimonio (la zia Ersi era benestante), e arrotondava le sue entrate impartendo delle lezioni private di inglese a rampolli di buona famiglia. E faceva delle fotografie in continuazione, la fotografia era la sua passione e il suo hobby. Il resto del suo tempo lo dedicava a me, lo scrittore di talento di libri per bambini e adolescenti, il cui sogno era di scrivere libri per adulti.

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Quanto al viaggio a Sabbia Grande, lo aveva proposto Amalia circa quindici giorni prima e io, ricordo, all’inizio avevo tentennato. Sabato, sulla nave che ci portava all’isola, io mi sarei quasi buttato in mare per tornare indietro a nuoto. Tale fu la follia fulminea che mi colse, la disperazione. Mi sentivo ingabbiato, intrappolato nella nave e pensavo che questa sensazione sarebbe stata dieci volte più intensa una volta sbarcati a Sabbia Grande. Alla fine mi ero trattenuto. In fondo mi trovavo in una situazione di disagio disperato, e avevo accettato di andare all’isola solo per prendere tempo. Solo e unicamente per dare un’altra possibilità alla nostra relazione. Alla nostra relazione e a me stesso, al mio lavoro e a tutto.

Ci sistemammo dalla signora Falià, dove avevamo alloggiato anche due anni prima, in estate, quando eravamo venuti per la prima volta nell’isola. E la sera successiva, la sera di quella fatale domenica di Carnevale, ci eravamo ritrovati nella taverna, dietro alla chiesa di San Minàs, dove c’era una festa. Nella taverna ‘L’agnellino’, il cui nome giuro che mi parve leggermente ironico fin dal primo istante. Ci eravamo ritrovati lì, seduti ad un tavolo, con la gente del luogo che ballava e festeggiava, poco prima che scoppiasse la rissa che più tardi quella stessa sera si sarebbe conclusa in omicidio.

Oggi, tanto tempo dopo, mi ricordo vagamente di quanto avvenne dal nostro arrivo fino alla fine della domenica. Ricordo la signora Falià che ci conduce alla nostra camera (la stessa in cui avevamo alloggiato anche due anni prima), e dopo, sabato pomeriggio, i nostri ammirevoli sforzi per risvegliare la passione a letto. Ogni volta che io e Amalia facemmo l’amore in quella settimana nell’isola, sotto la superficie del piacere si nascondeva una disperazione muta, mista a sollievo. Era come se ci stessimo dicendo: per fortuna, malgrado tutti i problemi, ci riusciamo ancora. Per cui forse c’è speranza! Ricordo in maniera confusa le nostre passeggiate di domenica mattina – eravamo arrivati fino a Metallìa – e poi il nastro nel proiettore della mia memoria salta, e all’improvviso ci troviamo alla festa, nella taverna, poco prima dell’omicidio.

L’incredibile storia della Papessa Giovanna (the first five chapters in Italian) | Il single (the first three chapters in Italian) | | IX Festival of Mediterranean Literature in Italy (poster) | Photos from the Festival |  «Diario italiano» (traduzione dal greco di Giuseppina Dilillo)

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